La cucina come forma d’arte – 2

[1] La cucina è simile nella sua dinamica, nella sua funzione – o più profondamente nel suo senso – alla musica o all’architettura, e diversa da altre forme d’arte come letteratura o pittura. La cucina non può e non deve essere autoreferenziale, né distante da ciò che la circonda, pena tradire se stessa. Una pietanza non può non essere mangiata. Un piatto preparato, costruito, inventato, che ritorni in cucina esattamente come ne è uscito, è un piatto che ha tradito l’essenza dell’arte culinaria: quell’afflato, quell’apertura verso gli altri, verso la convivialità, il prendersi cura di, che sono il nucleo vitale del cucinare. Si cucina per sé, ma si cucina anche per gli altri. Si cucina perché un piatto venga mangiato, accolto, apprezzato, e ricordato!

Forme d’arte come letteratura o pittura vivono in sé e per sé, comprese in una dimensione che può anche escludere l’altro, o escludersi dall’altro. Kafka non voleva che i suoi scritti venissero pubblicati, ma il fatto che un racconto di Kafka potesse non essere letto da un ipotetico pubblico, non annullava il fatto che quel racconto fosse arte. I quadri di Van Gogh non venivano venduti ed erano scarsamente noti ai suoi contemporanei, ciò non toglieva che i suoi quadri fossero arte. Francis Scott Fitzgerald prima di poter pubblicare Di qua dal paradiso, venne rifiutato per più di 200 volte dalle case editrici, ciò non significava che il suo romanzo non fosse arte. E il silenzio che spinse Italo Svevo (egli scrive:  – non esiste un’unanimità più perfetta di quella del silenzio) a non occuparsi più di letteratura per quasi ventanni, dopo che il suo romanzo Senilità venne ignorato da critica e pubblico, influì sull’artista ma non sulle caratteristiche formali e strutturali, sul senso e la ricchezza della sua opera. Essa viveva (e vive)  indipendentemente da silenzio o clamore.

Per la cucina le cose sono diverse. Il nucleo di una pietanza, ciò per cui essa vive, lo troviamo descritto puntualmente da ciò che la fotografa Annie Leibovitz dice della fotografia: “Scopo della fotografia è ricreare un istante”. Ed è ciò che fa la cucina: crea un istante che si isola dagli altri istanti della nostra vita, nel momento in cui per la prima volta assaggiamo una pietanza che ci piace. E successivamente la cucina ha il potere di ricreare quell’istante, sedimentatosi in ricordo, quando ri-mangiamo quella stessa pietanza il cui sapore si è impresso con forza in noi, e coinvolge i nostri sensi (la cucina è una forma d’arte che stimola tutti e cinque i sensi, non è poco), la nostra esperienza, la nostra cultura, i sentimenti, noi insomma e ciò che siamo.

Sintetizzando: è la ormai fin troppo abusata madeleine di Proust, è la sorpresa e il coinvolgimento totale del critico Anton Ego all’assaggio della ratatouille creata dal topo chef della Pixar Ratatouille (probabilmente uno dei pochi film sulla cucina che, lasciato da parte lo stantio e riduttivo clichè di cucina-seduzione-amore-sesso, ne rappresenta l’anima autentica con onestà, semplicità e attenzione – attributi questi, tra l’altro, del fare cucina).

Un piatto speciale, un piatto che sia arte, crea e poi ricrea (una fruibilità che si ripete senza diventare vuota serialità) un mondo di ricordi e sensazioni,a cui ad ogni assaggio se ne aggiungono di nuovi, dando vita in noi ad un universo interiore di esperienze potenzialmente infinito, di sicuro ricchissimo. Ecco cos’è la cucina quando diventa arte, ha la capacità di penetrare nelle persone, di stupirle, persino sconvolgerle, commuoverle, renderle felici, insomma suscitare una reazione forte, ma tale reazione ha attributi di positività e accettazione, il piatto si mangia, non si rifiuta. Ci soddisfa, non ci disgusta.

Se la cucina è sterile esercizio di tecnica, esplicazione e rappresentazione del solo ego del cuoco (perciò una pietanza che vive in sé e solo per sé e per chi l’ha confezionata); se diventa voglia di stupire senza aprirsi agli altri, sperimentazione bislacca priva di equilibrio e senso, essa non è più arte, perché essa non è più cucina […]

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